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Chi possiede questi strumenti?

Di admin · · 5 min di lettura
A variety of string instruments and colorful drums displayed on a wall and table.

Kemence, lavta e darbuka sono “nostri” o “loro”?

Sui social media vediamo di continuo dibattiti come questi:

  • “La kemence del Mar Nero è in realtà uno strumento greco.”
  • “La kemence classica non è turca.”
  • “La lavta turca non esiste, viene dalla Siria.”

La maggior parte di queste affermazioni nasce non dalla ricerca storica, ma da riflessi emotivi e nazionalisti. La realtà è molto più ricca e più pacifica: la musica non è qualcosa che i popoli si rubano a vicenda; è qualcosa che scorre e si mescola tra loro.

In questo articolo esaminiamo da vicino alcuni degli strumenti più discussi, ripercorriamo i loro viaggi nella storia e mettiamo in luce la natura senza confini e unificante della musica.

1. Perché le origini degli strumenti sono così controverse?

Frasi come “questo strumento è nostro” o “state suonando la loro musica” sono spesso il prodotto della prospettiva dello Stato-nazione moderno. Eppure:

  • La storia della musica è migliaia di anni più antica dei confini di oggi.
  • Rotte commerciali, migrazioni, campagne militari e riti religiosi hanno portato costantemente gli strumenti da una regione all’altra.
  • Imperi come quello bizantino, quello ottomano, quello abbaside e quello safavide hanno creato spazi multiculturali in cui molti popoli vivevano — e facevano musica — insieme.

Per questo, attribuire un unico “proprietario” a uno strumento è di solito storicamente debole e sminuisce la diversità culturale.

2. Il dibattito sulle origini della kemence: Mar Nero, greca pontica o ottomana?

La kemence è uno degli strumenti più discussi quando si parla di proprietà culturale. Ha un’identità forte, allo stesso tempo, in Turchia, in Grecia e nel Caucaso.

Kemence del Mar Nero
In Turchia la kemence del Mar Nero è strettamente legata alla regione del Mar Nero orientale (Trabzon, Rize, Giresun, Gumushane). Accompagna la danza horon ed è suonata da comunità laz, turche, hemshin e da altre comunità locali.

Kemence pontica / greca
Per le comunità greche pontiche la kemence è un simbolo chiave di memoria, migrazione e identità. Collega la Grecia di oggi alle patrie storiche intorno al Mar Nero orientale.

Contesto storico
Le origini della kemence risalgono alla più ampia famiglia del rebab e della lyra. Fonti medievali del mondo bizantino e di quello islamico citano liuti ad arco imparentati con la kemence di oggi. La costa del Mar Nero è stata a lungo una zona culturale condivisa da greci, turchi, laz, armeni e georgiani. Questi fatti mostrano che la kemence non è proprietà esclusiva di nessuna nazione: è il suono condiviso di una geografia comune.

3. Da dove viene la lavta? Esiste davvero una “lavta turca”?

Un’altra affermazione molto diffusa sui social è: “La lavta turca non esiste; è stata presa dagli arabi o dai siriani.” È un’affermazione semplificata e fuorviante.

La famiglia della lavta: oud e liuto
Storicamente la lavta (laouto, lauta) è imparentata sia con l’oud mediorientale sia con la tradizione europea del liuto. Dal XV secolo in poi la lavta compare nella musica di corte ottomana. Veniva suonata in città cosmopolite come Istanbul, Izmir e Salonicco da musicisti turchi, greci, armeni ed ebrei.

Che cosa significa “lavta turca”?
Oggi, quando diciamo “lavta turca”, intendiamo uno strumento con tasti, accordato secondo la musica makam turca. Ha una forma della cassa e una tecnica esecutiva specifiche, legate alla tradizione musicale ottomana di Istanbul. È uno strumento ibrido, plasmato da molte comunità che condividevano lo stesso spazio culturale.

4. Darbuka, bendir e tamburi a cornice: ritmi condivisi

Quando passiamo alle percussioni, risalire a origini nazionali precise diventa ancora più difficile.

  • Darbuka: questo tamburo a calice è molto diffuso in Egitto, Turchia, Balcani, Levante e Caucaso.
  • Bendir e def: questi tamburi a cornice si trovano dal Nord Africa all’Asia centrale.
  • Davul e zurna: arrivano in Anatolia con le culture nomadi turche e poi si evolvono con la mehter ottomana e con la musica popolare balcanica.

Questi strumenti sono allo stesso tempo turchi, arabi, curdi, greci e balcanici, perché il ritmo è una delle lingue condivise più antiche dell’umanità.

5. Altri strumenti dalle origini condivise

  • Ney e kaval: il ney è legato alle tradizioni sufi, ma le sue radici si estendono in tutto il Medio Oriente e in Persia. Il kaval si suona nella musica popolare turca, curda, bulgara, macedone e rumena.
  • Balaban e duduk: il balaban è usato nella musica azera e dell’Anatolia orientale, mentre il duduk è un simbolo centrale del patrimonio armeno. Dal punto di vista costruttivo appartengono alla stessa famiglia ad ancia doppia.
  • Tulum e cornamusa: il tulum del Mar Nero è un tipo di cornamusa imparentato con la gaida e con le altre cornamuse diffuse nei Balcani e nel Caucaso. Sono nati in culture di montagna e di pastori, dove servivano strumenti a fiato portatili e potenti.

6. Furto culturale o scambio culturale?

In molte discussioni online il confronto si trasforma in accuse di “furto”. Questa prospettiva legge la storia solo attraverso il conflitto e ignora la creazione comune e l’influenza reciproca.

La storia ci racconta altro: gli strumenti non si rubano, si condividono. Quando uno strumento arriva in una nuova comunità non scompare: acquista un nuovo stile, un nuovo suono e un nuovo significato.

7. La forza unificante della musica

La musica è una delle lingue più forti per attraversare i confini. Lo stesso strumento suona per le danze horon sul Mar Nero, accompagna le danze greche in Grecia e trova una nuova voce nei repertori popolari del Caucaso. Questa diversità è una storia di vita condivisa e di storia stratificata.

Per adottare un linguaggio più costruttivo possiamo cambiare le domande che ci poniamo:

  • Invece di “A chi appartiene questo strumento?” chiediamoci “Quali culture si incontrano in questo strumento?”
  • Invece di “Ce l’hanno rubato?” chiediamoci “Con chi condividiamo, attraverso questo strumento, la stessa emozione?”

8. Conclusione: un luogo d’incontro, non un campo di battaglia

Kemence, lavta, darbuka, tulum, balaban e molti altri strumenti portano da secoli le storie dell’Anatolia, dei Balcani, del Caucaso e del Medio Oriente.

Quando oggi suoniamo o ascoltiamo questi strumenti non sentiamo soltanto la “nostra” nazione: sentiamo le voci di tutte le comunità che hanno toccato e trasformato quel suono. La musica non esiste per dividerci, ma per unirci. Parlare delle origini degli strumenti con profondità storica e con rispetto per la natura pacifica della musica è il modo più sano per onorare questa eredità condivisa.